Sono ancora lì gli alberi che forse sono uno,
affacciati al muro nero di lava imprigionata.
Quanti autunni vagabondi ci vorranno ancora?
Quante foglie saranno ancora spese?
Qui è nascosto il mio aspettarti,
fra i gatti e un cielo arricciato di nuvole.
Penuria di parole si fa silenzio.
Il muschio è una muraglia prestata al cuore roccia.
Vesto quei colori di ruggine,
virati dal sangue rosso delle mie speranze.
Qui si tiene la liturgia del crepuscolo viola.
Chi meglio del sacerdote dolore la celebrerà?
Mansueta l'ostia della Luna mi redime.
Confesso di avere peccato.
Confesso di avere amato
Mi sono perso in un risvolto della vita,
come una moneta dimenticata
nelle pieghe di una tasca e
ritrovata quando ormai non ha più valore.
Dove non guarda più la Luna
rimane solo la cenere del sogno.
Nella penombra si aggirano presagi
di nere veglie e spiriti malvagi.
Il vento chiede se il re è già arrivato,
accenna un si il ramo che si è piegato.
Col capo poggiato sui gomiti del bosco
arranca malato di stenti e solitudine.
Del suo piccolo popolo solo i ricordi
perché da tempo si crede solo agli orchi.
Quella battaglia che lo ha consumato
l’ha reso cieco e sordo ad ogni incanto.
La foresta non brilla più di luce
e a folletti e fate si preferisce il fango.
Sul nido intrecciato di grigie foglie,
ha deposto un gemito sommesso.
E alla notte che picchia come un maglio
cede il suo elmo ormai tutto ammaccato.
Così svanisce senza far rumore
nel tronco cavo della rassegnazione
E la foresta torna vuota e mesta
senza magia si è spenta d’illusione.

Ancora qui nel bosco,
nell’ora in cui il tramonto falcia
Il raccolto degli ultimi raggi d’oro,
sto ad ascoltare le chiacchiere del vento.
Si affaccia curioso un volto di Luna,
impaurito nell’ombra si accuccia un triste ricordo.
Quando l’autunno succhierà il verde alle foglie
abbraccerò la pelle nuda delle betulle.
Donerò il mio inutile amore, in piccole gocce,
ai muschi nascosti nelle ascelle dei rami.
Tutto mi dice addio e la mia morte è al sicuro.
In questo carcere verde, nella gabbia di abeti,
sconterò la condanna di quell’esile gioia.
Non ci sarà croce nell’erba bagnata,
solo marcire di fiori negli angoli d’ombra.
Perché del silenzio ha bisogno lo strazio
e dei sospiri del vento si nutrono i giorni.
Tutte la notti mi va parlando quell’unico pensiero,
ripete rauco dell’amare maldestro.
Soffocate le aurore nel tintinnare dell’alba
aspetto ormai vinto il ruggito del giorno.
Lo sguardo accucciato come un gatto nel buio.
Annusa la Luna tra il luccichio delle stelle.
Ubriachi i miei occhi srotolano un’occhiata.
Contorsionista della sera mi curvo fra gli alberi.
M’inchino alla pena di questi poveri prati.
Cuori di pietra scavalcano il colle del dubbio.
Mi è pesante vivere nel lutto di questa terra.
Orfano di mare è il fiume delle ore sommesse.
E’ stato facile spargere il grigio su tali orizzonti.
Una catasta di ombre è la sola memoria
di un tempo di acque azzurre e d’amori.
Murato nel sogno respira memorie.
Pian piano si perde il verde nel viola.
Muri
Rovinati da anni che non so immaginare.
Lontano quel tempo in spirali di secoli.
Crosta sulle ferite cucite di pelle.
Muri
Accostati alle sere profumano di fiori invisibili.
Delimitano il confine nel buio dell'essere vivo.
Tacciono le crepe stupite come bocche spalancate.
Muri
Come erica s'aggrappa l'immobile spavento.
Mille braccia di rami a stringere membra di pietra.
Si sbriciola l'eternità raschiata dal vento.
Muri
Improvviso dal nulla odo il bastone del cieco.
Ecco qualche verso scricchiolante e ancora arrugginito... ma voglio postarlo lo stesso! Grazie a tutti voi per esseermi vicini.
---------------------------------------------------------------------------------
Tetti.
Mancano i crepuscoli come i sogni al giorno che si addormenta.
Un filo di fumo dai comignoli, candele appena spente.
Dal balcone della sera lo sguardo attonito dell’ultimo pensiero.
Tetti.
Nella ferita rossa del tramonto il sole come l’ultimo tizzone.
Pietra focaia del cielo che si accende di pallidi bagliori.
Soffoca il respiro la bambagia delle nuvole.
Tetti.
Sul crinale delle grondaie scivolano orizzonti di pianto.
Le lingue attorcigliate ai rami di alberi strizzati.
Si perdono le rondini nello stagno della sera.
Tetti.
Di Luna riflettono le notti d’ombre tremanti e dai volti incipriati.
L’incompiuto verso si perde tra la pioggia di stelle.
Tra i vetri che vibrano all’ira del vento il tormento del dubbio.
Tetti.
Lo sguardo è dietro ancora, là dove non possiamo che immaginare.
Mi guardo dentro e non vedo più nulla. Neanche quella poesia che mi ha tenuto a galla. Aspetto una scintilla... o una piccola luce.
Mancano i crepuscoli come i sogni al giorno che si addormenta...