Il tempo trema nelle mani incerte dell'amore inespresso
pulsante nelle vene che gonfiano le mani
in carezze annodate al cuore.
Desideri s'accasciano stremati ai piedi
dell'albero delle occasioni sprecate,
sguardi svaniti in ammiccanti segreti.
Quelle parole mai dette fuggono
con urlo strozzato nel sospiro di un attimo.
Quello che avrei voluto darti è
svanito nella gola dell'incertezza.
Benedizione di lacrime
sull'altare di questa balorda inquietudine.
Lascio che il cielo nei tuoi occhi
svanisca nella notte dei miei...
La Luna è cresta d'onda stasera.
Riflesso intenerito
dal cantare di un coro di stelle,
scintille nel mare ferito
dallo specchio della notte
frantumato come cristallo di sogno.
Che maschera avrò stanotte
nella recita consueta dei miei pensieri?
Quale pallido mantello indosserò
a ripararmi da questo magico chiarore?
Un incantesimo crudele quelle illusioni
appese ai suoi flebili raggi dorati
speranze che si spellano ai graffi del tempo.
Spiaggiato come un desiderio asfissiato
nell'acqua bassa dei tormenti
di un male consueto
affido i dolori alla risacca.

Nero fiocco piumoso
in un cielo abbagliante
trafitto da un orizzonte
di aguzzi aculei montagnosi.
Di un volo circolare
uccello predatore
a scarnificare carcasse
di anime perse nel deserto.
Assetate di ripide emozioni
a scalare i monti con lo sguardo
per raggiungere l'infinito
sfumato in immagini lontane
di vette innevate.
Bruciate dal sole crudo
stramazzate senza più vita.
Solo negli artigli del Condor
voleranno lassù
ma non avranno più occhi
per vedere
nel vertiginoso ascendere il nulla
delle loro esistenze.
Luna.
Le tue braccia lucenti
attraverso le sbarre
che gli alti tronchi formano.
Prigione di bosco
io recluso da quella sera.
Eppure quella promessa è ancora con me.
Liberato dal sogno
lacerato dal filo spinato
che ogni giorno mi sbarra il cammino
non tradisco quello che ti ho detto.
Luna.
Nel tuo ventre sta il mio segreto.
Ogni volta che vola un pensiero
tu con lingua di iguana
lo ghermisci
lo divori
lo consegni alla notte
perché muoia con rantolo di illusione.
Luna.
Sei la mia lanterna
luce fioca che come riflesso
impallidisci il volto.
Mille volte insonne
ho bevuto la tua pozione amara.
Nell'ultimo volo
sarai la falce
che mi reciderà.
Sono strascico di nuvole.
Questo Amore
imbonitore di lacrime stanche.
Una stella di carta e una di legno.
Fra il Sole e la Luna adagiato il ricordo.
Eppure si guardano ancora
astri della nostra passione svanita
tra queste mura accecate.
Picchiano le note sui vetri ingannevoli
volano impazzite come uccelli atterriti.
Graffio la solitudine
scortico questo pensiero
assillante di pena alata.
Vola via anche l'ultima speranza.
Ora è solo silenzio stuprato.
Come velo di polvere
si è posata la malinconia.
Vuota come anima abbandonata
la piccola mela.
Aveva una bancarella in un angolo del mercato. La sua mercanzia era leggera come una foglia. Scriveva versi, li dipingeva su carta colorata e li vendeva perché la gente potesse incorniciarli. Se qualcuno passava e, incuriosito gli chiedeva che professione fosse mai quella, lui rispondeva semplicemente: il poeta! La gente non si accontentava di quello che trovava pronto ma voleva poesie a richiesta. Chi gli chiedeva di comporne una sul mare, sul proprio gatto, su un tramonto e persino su Dio! Qualcuno voleva una filastrocca in rima, qualche altro una dedica, alla madre, alla moglie, al bimbo, all'amante...insomma non si annoiava mai e la sua abilità gli permetteva di arrivare alla fine della giornata soddisfatto di aver accumulato un buon gruzzolo. Questo gli consentiva di vivere dignitosamente. Scrivere poi era l'unica cosa che sapesse fare.
Passavo ogni giorno di lì e mai mi ero fermato, ma quella mattina andai risoluto verso lui e, non appena fui arrivato, gli chiesi deciso:
- Scrivimi una poesia sull'Amore! -
Mi guardò senza sorpresa come se quella richiesta fosse consueta. Posò la penna colorata con cui stava scrivendo e mi rispose:
- Amico mio, l'Amore, come mi chiedi tu, non si può scrivere e neanche vendere. E' dentro te. Lo devi provare ogni volta che ti emozioni. Lo devi donare senza aspettare nulla in cambio. Lo devi vivere. Allora la tua esistenza sarà essa stessa poesia per te e per gli altri. Lo so è difficilissimo ma provaci e non te ne pentirai. -
Restai senza parole. Misi le mani in tasca e silenzioso me ne andai lentamente. Quanto tempo avevo camminato con lo sguardo basso guardando solo il marciapiede? Pian piano mi accorsi che tutto intorno c'era un mondo che sfilava senza che me ne rendessi conto. Un mondo che sfioravo con lo sguardo ma di cui non coglievo l'essenza. Soprattutto un mondo che aveva bisogno del mio Amore, quello che avevo dentro me, quello che tutti noi dobbiamo donargli. Da allora non sono più la stessa persona...
Docile dromedario
come anello di catena
trascinata sulla sabbia rovente.
Il tuo incedere divora il deserto
ruminando le dune.
Carovana dalle lunghe ombre
nel sole clemente del mattino,
traccia il cammino all'orizzonte.
Così di luce la vita abbaglia.
Così il vento scava i solchi nel volto,
granello dopo granello,
punge e brucia il dolore.
Labbra secche invocano
l'acqua, passo dopo passo,
nel miraggio di un'oasi impossibile.
Memoria sottile
si disperde come goccia di sudore.
Proseguo perché non posso fare altro.
Nel cerchio magico della vita
arranca il passo della strega.
Agita l'amuleto della conoscenza
dente del destino minuto dell'uomo.
Accende le candele nel rituale delle ombre.
In questa notte danza in cerchio
il sortilegio della fine.
S'inarca il vento al fuoco delle lanterne
fredde lingue leccano l'oscurità
mentre il bene e il male gorgogliano
scottati dai raggi della Luna.
In un gomito di buio accucciati
gli incubi dell'essere bevono
la pozione avvelenata dell'illusione.
Lilith ghermisce le anime perdute
sacrificate sull'altare del caos.
Alle porte dell'alba in un coro di follia
i gemiti lontani delle esistenze
evaporano come rugiada.
Com'era piccola la felicità
all'ombra di quel muro scrostato.
Lì contavamo le albicocche ancora verdi
com'eravamo noi, piccoli ladri di giardino.
Dal piccolo albero depredato
le mani bambine staccavano i frutti.
Quello era il nostro lauto pasto.
Poi anche il nocciolo era spaccato
e con immenso gusto il seme era mangiato.
Non han lo stesso sapore quelle di ora
succose e panciute le posso avere.
Ma nulla più mi posson dare
di quei giorni vissuti di monellerie.
Fanciulli in festa senza ipocrisie
che alla vita donano i sorrisi
con l'incoscienza gioiosa nei loro visi.
Dove sei cuor di ciliegia?
Appena ieri il tuo volto zuccherino
Apriva il sorriso al sapore della vita.
Un cuscino era la tua guancia
di rossa seta alla mia carezza.
Con l'azzurro dei tuoi occhi tu mi amavi
E coi tuoi capelli porpora mi coloravi.
Dove sei cuor di ciliegia?
Tu frutto tenero del mio primo amore
Incanto ormai svanito nel sentimento
Che delle tue labbra morbide
ha il tenero languore.